SERIE A2 - 25/12/2019

Una Leonardo nel segno di Podda: "Qui ho condiviso gruppo e progetto"

Il giovane talento sardo si sta ritagliando un ruolo sempre più importante nello scacchiere di Petruso: "Giocare a futsal non è bello solo per me. Se con il mio calcio diverto anche la gente che viene nei palazzetti sono felice perché regalo qualcosa agli altri"

C’è tanto Michele Podda in questa Leo di inizio stagione. Il giovane sardo, classe 2000, si sta ritagliando un ruolo sempre più importante nel sodalizio di Gianluca Manca, inanellando prestazioni sempre più convincenti e di spessore.

Diciannove anni, ma tante esperienze oramai incise sulla pelle, tra Torneo delle Regioni con la Rappresentativa Sarda, convocazioni in Nazionale e serie A, Michele non si vuole fermare e anche se papà Vinicio – che lo segue sempre - predica pazienza e umiltà, ha tutto un mondo da conquistare e da vivere intensamente.

Gol e giocate, ma soprattutto equilibrio alla squadra, diventando sempre più pedina importante in una stagione difficile come quella arancionera. I risultati stentano ad arrivare, due sconfitte, alcuni pareggi e tanti passi falsi in questo girone d’andata. Eppure Michele, in un’annata complicata, è riuscito a dire la sua.

Il suo amore per il calcio a 5 nasce forse un po’ per caso. Giocava già a calcio nel Villaspeciosa, paesino a trenta chilometri da Cagliari. Faceva la cosiddetta doppia attività con il futsal, poi la scelta: solo pallone numero 4.
”Mi piaceva la rapidità di questo sport, la necessità di decidere tutto in poco tempo, le tempestività di ogni momento”. E così ha deciso, con coraggio, di percorrere la sua strada e di specializzarsi. Ma non chiude le porte al calcio: ”Ero terzino, ora mi vedrei più come centrocampista di destra. Chissà come sarebbe ritrovare gli spazi di un campo in erba!”.
E’ cresciuto in fretta, Michele, bruciando tappe, ma senza sgomitare e senza perdere la sua identità. Si è misurato subito con il mondo adulto, competitivo e senza fronzoli delle prime squadre, ma anche col colore azzurro delle maglie. Ha imparato a gestire le sue sconfitte, a trovare i motivi, a acquisire sicurezza e capacità di leggere le situazioni.
Certo ”il ragazzo si farà”, diceva De Gregori, ma la strada è buona. Anche perché vedere un 19enne con questa personalità non è scontato.

”Mi piacerebbe viver solo di calcio a 5” questo è il sogno che racconta, ma sa bene che è una strada difficile e complicata. Così c’è lo studio all’università, la lista degli esami da dare, il sogno parallelo del giornalismo sportivo: ”Sono affamato di sport, seguo tutto, mi informo e voglio conoscere ogni sport, non solo quello che pratico. Mi piace poi scrivere e quindi se non dovessi sfondare nel calcio voglio avere una seconda opportunità”.

E questa fame è figlia della sua giovane età, quando ci si lancia su tanti fronti con coraggio e senza calcoli, si spendono energie, non si ha paura di volare e osare. Ma Michele un po’ di timore lo ha in tasca: ”Ho paura di non riuscire in quel che più voglio fare, di avere ostacoli che compromettano il cammino, e questo spesso non mi permette di guardare oltre”.
Questa paura, forse un po’ ingiustificata, genera tensione. Ma è evidentemente una tensione positiva, visto che se si guarda dietro le spalle ci sono cose di cui andar fiero: la nazionale, la fascia da capitano, il derby. Lui che ha percorso tutte le categorie dell’azzurro, under15, under17, under19, che ha partecipato all’Europeo, che ha segnato in Nazionale, che ha provato i brividi nel cantare l’inno con la mano al petto al centro del campo. Che emozione fa? Che paura si può avere? Quella di arrivare a un centimetro dal destino e non riuscire. Verissimo, umano. Ma no, Michele, questo non è da te. Anche perché hai già dimostrato qualcosa a tutti, ma soprattutto a te stesso. Hai dimostrato di saperci fare. Di non essere una meteora. Di saper accarezza la palla in quel parquet. Di farcela.

Vero, ci sono state persone importanti che hanno creduto in lui e lui le ricorda: Mister Tony Petruso, coach della Leo, Carmine Tarantino, mister azzurro, il capitano della Leo Fabio Perdighe, Marco Tidu e il compagno Riccardo Siddi, suo ”complice” di mille avventure pallonare e fuori dal campo. Ci sono mamma, papà e la fidanzata Sara a sostenerlo. Ognuno ha messo un granello di amore e affetto per Michele. Ognuno ha lasciato qualcosa nel suo cuore.

Quel cuore ferito: era il 2014 quando si è rotto il naso. Un dolore fortissimo che ancora fa paura. Ma per fortuna quel passaggio doloroso è stato addolcito dall’azzurro e dai gol con la maglia della nazionale. Una sensazione difficile da descrivere. E quando perde? ”Sono intrattabile, evito tutto e tutti, ci resto male, ma poi capisco che succede e me ne faccio una ragione cercado i motivi della sconfitta”. Analizza passo per passo la gara, ricerca le ragioni.

Alla Leo ha costruito la sua casa: ”Ho scelto di star qui perché è una società che punta sui giovani, con un clima speciale. Ho condiviso gruppo e progetto”. Un progetto per cui Michele ha dato tutto, ma non nasconde di non aver paura di sognare. Di essere affamato di nuove avventure e sfide, anche più difficili, che lo mettano a dura prova. Magari poi verranno quelle vertigini da altitudine, quel mal d’anima, quella Ipocondria - tratta anche dalla canzone di Ultimo oltre ”Sogni appesi” che ha ispirato l’esultanza dell’aeroplano - di cui non si vergogna, ma la vita va morsa ogni giorno, senza esclusione di colpi.

”Siamo soltanto bagagli. Viaggiamo in ordini sparsi” canta Ultimo, uno dei suoi preferito. Lui non è solo bagaglio, non è passeggero, è anima e cuore capace di scrivere qualcosa che resta. E viaggia verso destinazioni con le idee chiare: ”Giocare a futsal non è solo bello per me, dev’essere anche per altri. Se con il mio calcio diverto anche la gente che viene nei palazzetti sono felice perché regalo qualcosa agli altri”.


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