03/02/2026 12:00
L’indomani del poker che la Spagna ci ha rifilato nel quarto di finale di Lubiana mettendo fine al nostro cammino a #Euro2026, arriva il momento degli inevitabili commenti ma anche delle opportune analisi che sorge spontaneo sviluppare al completamento del percorso compiuto dagli Azzurri. E’ indubbio che le riflessioni da fare comportino la scissione del giudizio post Europeo, anche perchè, per poter fare una valutazione complessiva e possibilmente corretta, occorre trattare l’aspetto “da tifosi” diversamente da quello tecnico e anche da quello che estende l’argomento alle tematiche istituzionali, che non possono venire certo esentate. La condizione di partenza, comunque, deve essere chiara: la sconfitta con la Spagna è stata netta, la superiorità della Spagna è stata inconfutabile, la nostra eliminazione ci sta tutta.
OBIETTIVO RISPETTATO - Detto questo, la Nazionale torna a casa avendo comunque rispettato quello che era l’obiettivo minimo al quale puntare, ossia accedere ai quarti di finale, che eccezion fatta per le nobili assenze di Russia e Kazakhstan, alla fine hanno visto partecipare le formazioni che rappresentano il gotha del futsal europeo, oltre a Belgio e Armenia comunque piazzate nelle prime venti del ranking. Nessuna mira particolare, nessuna illusione. D’altronde, già il fatto di doversela giocare subito con il Portogallo imponeva di pensare solo a quella partita il cui esito avrebbe inevitabilmente indirizzato il cammino nel girone.
Al di là della sconfitta con il Portogallo, di cui abbiamo disquisito a suo tempo, con Polonia e Ungheria il pronostico è stato rispettato. Ma vogliamo far notare un particolare, e ci rivolgiamo a tutti coloro che hanno letto questi risultati come “atti dovuti”, particolare che dai più evidentemente è stato sottovalutato: la Ekstraklasa, ossia la Serie A polacca, è un campionato al quale partecipano ben sei squadre che sono il corrispettivo di altrettanti club professionistici della Polonia, anche molto noti in campo internazionale (leggi Legia Varsavia, Widzew Lodz, Ruch Chorzow, Katowice, Slask Wroclaw e soprattutto Piast Gliwice, club che da diversi anni entra puntualmente nel Main Round di Champions); pertanto non avevamo di fronte una Nazionale di sprovveduti, che tra l’altro è ascesa sino all’undicesimo posto del ranking UEFA: Polonia battuta per 4-0, che dire di più?
La partita con l’Ungheria? Gestita nella maniera in cui doveva essere giocata: inutile rimuginare sul pareggio, il 2-2 ci sta ragionevolmente stretto, e basta ricordarsi il secondo tempo per far tacere tutte le polemiche, peraltro sterili, che si continuano a sentire, visto che quella partita erano gli ungheresi a doverla vincere e noi semplicemente tenerla in pugno.
Lo 0-4 con la Spagna? Ripetiamo, ci sta tutto, inutile negare l’evidenza. Possiamo dire che Musumeci non doveva spostarsi sulla traiettoria della palla che Francisco Cortes ha sfruttato per l’1-0; possiamo dire che la difesa s’è fatta cogliere impreparata sul rilancio di Didac che ha portato al 2-0 di Antonio; possiamo dire che Motta è rimasto fermo sull’affondo di Cecilio che ha poi messo Antonio nelle condizioni di segnare il 3-0; soprassediamo dall’errore di Turmena alla base del 4-0 spagnolo, a quel punto un particolare irrilevante. Ma a una squadra di quella qualità, che tira più del doppio di te e coglie anche cinque legni… che gli puoi dire? Per cui punto e basta!
E ORA IL FUTURO (NEBULOSO…) - #Euro2026 è stato considerato un crocevia sulla programmazione azzurra in chiave futura. Anche perchè abbiamo portato in Slovenia diversi giocatori con la carta d’identità non proprio verdissima (Merlim e Calderolli che vanno per i 40 anni, Turmena ne ha 35, De Oliveira e Musumeci 34, Rossetti e Dalcin 33) e per alcuni di loro, a prescindere dal fatto che stanno vivendo la fase di piena maturità agonistica, il futuro in azzurro potrebbe non venire scritto quanto meno nel medio periodo. Considerando che il giocatore più giovane a Lubiana era Podda, impiegato quasi col contagocce tra Ungheria e Spagna, che ha 25 anni, mentre Motta ne ha 26, iniziamo seriamente a porci una domanda: ma dietro a loro chi abbiamo? Chi possono essere i giocatori dell’Italfutsal del futuro? Come rispondere a questo interrogativo chiaramente esistenziale per la nostra disciplina?
La parola più ricorrente degli ultimi giorni è stata “costruire”. Facile a dirsi, ma a farsi come la mettiamo? Soprattutto, nel calderone dell’Italia che verrà, chi ci mettiamo? Questo è il vero problema, perchè, al di la di tutto, la nostra Serie A, di giovani ai tempi della riforma, ne ha prodotti veramente pochi e nessuno (togliamo Motta che è l’unico che può tirarsi fuori dal contesto giocando nella Liga spagnola) ha avuto la possibilità di fare esperienze impattanti a livello internazionale, escludendo magari anche Podda con le opportunità avute con la Meta in Champions. E nemmeno dicasi per tutti quei giovani che hanno avuto la possibilità di vestire la maglia Azzurra dell’Under 19: gli ultimi due Europei sono stati altrettanti fiaschi per la giovane Italfutsal. E qui dobbiamo porci veramente gli interrogativi seri!
UNA GENERAZIONE CHE (ANCORA) NON C’E’ - Il punto di partenza di questa considerazione deve essere chiaro: ormai la riforma è stata attuata, tra pochi giorni saranno quattro anni che è in vigore. Ma la verità è che non ha prodotto praticamente nulla a livello di ricambi. E i giocatori indigeni che all’epoca sarebbero potute essere le cavie del programma di ristrutturazione avviato da Bellarte sulle ceneri di quanto fatto da Musti e proseguito da Samperi, tranne qualche eccezione (lo stesso Motta, poi Liberti, Fortini, Pulvirenti… e chi altro?) è arrivato ai giorni nostri. Qui viene subito da chiedere: a chi diamo la colpa? Una bella domanda, perchè bisognerebbe tirare dentro un po’ tutti, dall’ex governance di viale Tiziano alle società di futsal e anche quelle di calcio a 11 che del futsal se ne fregano vedendolo più come un avversario che un alleato importante. Ma noi cerchiamo di andare alla radice e leviamo l’indice contro la FIGC e il motivo è abbastanza trasparente e trova proprio riscontro in tre delle quattro Nazionali che si contenderanno il tredicesimo titolo europeo.
In Spagna, in Portogallo e in Francia, ma possiamo azzardare col dire che la questione abbracci un po’ tutte le Nazionali, la gestione del futsal - e direttamente delle Rappresentative Nazionali, a tutti i livelli - è in mano alle singole Federazioni: la RFEF in Spagna, la FPF in Portogallo e la FFF in Francia, e ci limitiamo solo a queste perchè poi interviene il ranking a rafforzare la nostra teoria, con il Portogallo e la Spagna stabilmente ai primi due posti continentali e la Francia arrivata in sesta posizione. A differenza, però, di RFEF e FPF che da sempre indirizzano i programmi del calcio di base, con il futsal che riveste un ruolo fondamentale nella formazione dei giovani calciatori, incentivando i club a sviluppare territorialmente politiche giovanili che supportino il cosidetto ricambio generazionale “a ciclo continuo”; in Francia, solo alcuni anni fa, la FFF è intervenuta con un massiccio investimento (quasi 20 milioni di euro!) destinato a sviluppare specificatamente l’attività del futsal su tutto il territorio nazionale comprendendo il ruolo della disciplina quale volano formativo per i giovanissimi. E se i risultati della nuova lettura del futsal transalpino sono già evidenti sulla scena internazionale, cosa accadrà quando il progetto della FFF produrrà i risultati ai quali realmente punta?
E in Italia, invece, che si fa? Le responsabilità della Divisione Calcio a 5 sono state evidenti dal momento in cui si è deciso di aprire le porte del nostro futsal agli oriundi, cittadini italiani a tutti gli effetti: una scelta vincente all’epoca, mascherata dal desiderio di voler vincere subito (e i risultati non sono certo mancati, per carità: ne godiamo ancora oggi quella luce riflessa), che adesso sta però rivelandosi un mezzo capestro perchè nel corso del tempo non sono stati attuati programmi che creassero le condizioni per lavorare efficacemente sui giovani e costruire un serbatoio dal quale la Nazionale maggiore (e anche le squadre di club, tranne poche eccezioni) potessero attingere. La stessa riforma, come abbiamo più volte scritto, sarebbe dovuta essere accompagnata parallelamente da un piano che favorisse lo sviluppo dell’attività giovanile finalizzandola a garantire i primi ricambi nel breve-medio periodo, ma questo non è successo. E non vogliamo tornare sugli effetti riverberatisi sui campionati, a tutti i livelli: non è questo il contesto così come non lo è quello che tira in causa il discorso dei "non formati".
LE SOLUZIONI - I primi passi sono stati fatti concretamente dall’attuale governance Castiglia, che ha semplicemente introdotto la possibilità di consentire alle società di Serie A di iscriversi con una squadra B al campionato cadetto, ritenuto sicuramente molto formativo per quei giovani destinati a entrare nei roster delle formazioni maggiori: ma il risultato è stato davvero scoraggiante, visto che solo la Roma 1927 partecipa alla Serie B con la sua seconda squadra, seppure molti club delle categorie apicali vantino una formazione B iscritta ai campionati regionali, che non sono certamente performanti come quelli nazionali. Ergo, se la Divisione offre i primi strumenti per provare a invertire la tendenza, colpa delle società che non li abbiano sfruttati, preferendo altri canali di più facile approvvigionamento piuttosto che investire sulle loro stesse capacità. Il campionato Under 19? Ne riparleremo in un'altra occasione.
Diciamo quindi che si è fatto molto poco in questo ambito e il resto dell’opera lo completa il totale disinteresse della FIGC per il futsal, che viene relegato a disciplina marginale gestita da un’istituzione - la Divisione Calcio a 5 - che pur godendo statutariamente di autonomia organizzativa e gestionale, deve rendere conto a una struttura istituzionale intermedia, la Lega Nazionale Dilettanti, di cui rappresenta una della ventina e passa di “associate”, dove l’influenza del calcio, attraverso i Comitati Regionali, è preponderante. E se la Divisione deve raffrontarsi con il Consiglio di Lega per qualsiasi innovazione, figuriamoci quale possa essere il livello dell’attenzione che la FIGC può rivolgere allo sviluppo del futsal! Senza dimenticare, poi, che la Divisione non ha il controllo delle sue Nazionali, che dipendono in tutto e per tutto da Club Italia, anche nella determinazione dei commissari tecnici e degli staff operanti (la Divisione può indicare il Ct ma la decisione definitiva spetta a Club Italia). Verrebbe da dire incredibile!
Le soluzioni sono due, una di carattere istituzionale e l’altra tecnica. La Divisione Calcio a 5, che normativamente rende obbligatoria la partecipazione all’attività giovanile, che per molti club diventa un peso ingestibile soprattutto per la carenza di giocatori più che economica, deve a tutti i costi spingere intanto la Lega Nazionale Dilettanti a obbligare le società a strutturare un settore futsal, facendone comprendere le ragioni soprattutto per l’elevato valore formativo del calcio a 5 per l’educazione tecnica e cognitiva della base. Possibilità di successo? Molto limitate perchè culturalmente l’ignoranza in materia è latente. Anche se va riconosciuta al Settore Giovanile e Scolastico la pianificazione del programma Futsal+ a livello Under 15 e Under 17 che già rappresenta un primo interessante tentativo per avviare un progetto inclusivo del futsal a livello giovanile nel quasi totalitario panorama calcistico.
Sul fronte tecnico, invece, la soluzione che andrebbe attuata investe soprattutto la Futsal Future Cup, il cui evento finale rappresenta la celebrazione di mesi di selezione sui vari territori destinati a mettere in mostra i talenti che il futsal è in grado di esprimere. La Futsal Future Cup deve invece rappresentare la base, il vero punto di partenza della loro valorizzazione, ossia l’appuntamento al quale le società apicali possano riferirsi per individuare le nuove speranze della disciplina. Che a questo punto devono essere avviate verso il futsal di vertice attraverso percorsi di preparazione di cui la Divisione Calcio a 5 deve essere assolutamente parte attiva, indirizzando significative risorse per sostenere non solo le società ma anche quei giovani che diventeranno, si spera, gli Azzurri del futuro.
Siamo pronti per questo? C'è la volontà del fare?
Ma intanto il problema esiste e bisogna assolutamente prenderlo di petto e anche subito. Se vogliamo costruire qualcosa di concreto per assicurare il futuro a questo sport è il momento di farlo, senza perdere altro tempo, perchè di tempo ne abbiamo perso già troppo. Senza sparlare di questa Italia che il suo, oggi, lo ha fatto. Ora pensiamo alla Nazionale di domani...